National Air and Space Museum · Washington · Guida indipendente
Audioguida del National Air and Space Museum,
cinque tappe, gratis.
Cinque velivoli e veicoli spaziali, cinque registrazioni, dal Wright Flyer al Columbia. L’edificio sul National Mall ha diciotto sale aperte, e da una foto Chiaro ti racconta qualunque aereo, capsula o tuta spaziale ci trovi dentro.
Realizzato da Chiaro. Senza alcun legame con il National Air and Space Museum.
Wright Flyer del 1903
National Air and Space Museum, Washington
Questa era la parte gratuita
A partire da una foto, Chiaro racconta il National Air and Space Museum opera per opera.
Le cinque tappe · 15 minuti di audio
Cinque tappe, un percorso,
nell’ordine in cui le incontrerai.
Le porte di Jefferson Drive ti portano dritto nella Boeing Milestones of Flight Hall, il grande salone delle tappe storiche del volo, e questa audioguida del National Air and Space Museum, il museo nazionale dell’aria e dello spazio della Smithsonian, parte a pochi passi da lì e finisce al piano di sopra. Entra nella sala 107 per il Wright Flyer del 1903, torna nel salone per il Bell X-1 arancione e il modulo lunare LM-2, poi sali al piano 2 per il Columbia dell’Apollo 11 in Destination Moon, sala 206, e chiudi due sale più a est con lo Spirit of St. Louis in Pioneers of Flight, sala 208. Dodici minuti di narrazione e una decina di cammino tra le sale: in un’ora vedi tutto e ti resta tempo per guardare con calma.
Ogni oggetto è stato controllato due volte, prima attraverso la sua scheda nella collezione online del museo, che indica la sala in cui è esposto, poi attraverso una seconda fonte indipendente; i numeri di sala vengono dalla pianta del museo, e il 25 settembre 2026 è stato confermato che tutti e cinque erano esposti. L’edificio sul Mall sta ancora ultimando il restauro, con altre due sale in apertura questo autunno, quindi qualcosa può spostarsi: se un cartello nell’edificio dice altro, ha ragione il cartello, e basta una tua segnalazione perché sistemiamo la pagina. Nota che qui la numerazione dei piani segue l’uso americano: il piano 1 è quello dell’ingresso.
Foto: National Air and Space Museum, Smithsonian Institution, CC0, tramite Wikimedia Commons. Foto: National Air and Space Museum, Smithsonian Institution
Tappa 1 di 5 · The Wright Brothers & The Invention of the Aerial Age, sala 107, piano 1
Wright Flyer del 1903
Wilbur e Orville Wright, Dayton (Ohio) · 1903 · Struttura in legno rivestita di mussola, motore Wright da 12 cavalli; apertura alare 12,3 m, lunghezza 6,4 m
Osserva
- I pattini. Non c’è una ruota da nessuna parte: due lunghi pattini facevano da carrello d’atterraggio.
- L’equilibratore davanti alle ali e le due eliche dietro, mosse da catene e pignoni collegati al motore montato sull’ala inferiore.
- La tela nuda. Niente vernice né sigillante di alcun tipo, solo mussola naturale, come l’avevano lasciata i fratelli.
Trascrizione (3:16)
Prima di tutto, prenditi un momento. Legno, mussola chiara, due lunghi pattini dove ti aspetteresti delle ruote e nemmeno una goccia di vernice: la tela è lasciata nella sua finitura naturale. Sembra una cosa che una forte raffica potrebbe distruggere, e a dire il vero una raffica lo ha fatto. Questa è la macchina vera che volò a Kitty Hawk, in North Carolina, il 17 dicembre 1903, e tutta la sala in cui ti trovi è costruita attorno a lei.
Wilbur e Orville Wright avevano un negozio di biciclette a Dayton, in Ohio. Nel maggio del 1899 Wilbur scrisse una lettera alla Smithsonian, la stessa istituzione nel cui edificio ti trovi adesso, chiedendo tutto ciò che aveva pubblicato sul volo. Seguirono quattro anni di lavoro paziente: un aquilone nel 1899, alianti a grandezza naturale nel 1900, nel 1901 e nel 1902 e, quando quegli alianti sollevarono molto meno di quanto prevedessero i loro calcoli, una piccola galleria del vento tutta loro per provare i profili alari. Nel 1902 sapevano planare con pieno controllo. Mancava ancora la potenza.
Guarda allora dietro le ali. Due eliche, che spingono invece di tirare, mosse da catene collegate a un motore da dodici cavalli costruito insieme al meccanico della loro bottega, Charles Taylor. Le eliche furono l’idea più geniale di tutte: i fratelli trattarono ogni pala come un’ala messa di taglio, che genera portanza in avanti anziché verso l’alto. Adesso guarda davanti. Quella superficie orizzontale sporgente davanti a tutto il resto è l’equilibratore; il piano di coda non c’è proprio. Per inclinarsi in virata il pilota torceva le estremità delle ali in direzioni opposte, un trucco chiamato svergolamento alare.
Il 14 dicembre Wilbur vinse a testa o croce, fece il primo tentativo e danneggiò la macchina. Tre giorni dopo toccò a Orville. Alle 10:35 del mattino volò per dodici secondi e trentasei metri. Quel giorno fecero quattro voli, e nell’ultimo Wilbur restò in aria cinquantanove secondi e percorse 255 metri. Poi, mentre ne stavano parlando, una raffica rovesciò il Flyer e lo fece rotolare sulla sabbia. Non volò mai più.
La sua vita dopo è quasi più strana. Rimase chiuso in una cassa in un capanno di Dayton, passò undici giorni sott’acqua e nel fango durante l’alluvione del 1913 e poi diventò il premio di una contesa. Il segretario della Smithsonian, Charles Walcott, si rifiutò di riconoscere il primato ai Wright e celebrò invece il fallimentare Aerodrome del suo predecessore Samuel Langley. Nel 1928, con la lite ancora aperta, Orville prestò il Flyer al Science Museum di Londra. Passò la Seconda guerra mondiale in un deposito sotterraneo vicino a Corsham, e non nella metropolitana di Londra, qualunque cosa ti abbiano raccontato. Solo dopo che la Smithsonian ebbe pubblicato una ritrattazione, nel 1942, tornò a casa, e fu consegnato il 17 dicembre 1948, quarantacinque anni esatti dopo Kitty Hawk.
La tela che vedi risale al 1985, tagliata usando come modello un grande pezzo del rivestimento originale del 1903. Una parte di quell’originale è arrivata molto più lontano. Nel luglio del 1969 un ritaglio di stoffa dell’ala superiore sinistra e una scheggia di legno dell’elica sinistra erano a bordo del modulo lunare Eagle quando toccò il suolo della Luna. Sessantasei anni separano la sabbia di Kitty Hawk dal Mare della Tranquillità.
Foto: National Air and Space Museum, Smithsonian Institution, CC0, tramite Wikimedia Commons. Foto: National Air and Space Museum, Smithsonian Institution
Tappa 2 di 5 · Boeing Milestones of Flight Hall, sala 100, piano 1
Bell X-1 Glamorous Glennis
Bell Aircraft Corporation, Buffalo (New York), per le US Army Air Forces e il NACA · 1946 · Fusoliera in alluminio, serbatoi di propellente in acciaio, motore a razzo; apertura alare 8,5 m, lunghezza 9,4 m
Osserva
- Il muso. Tutta la fusoliera riprende un proiettile da mitragliatrice calibro .50, una forma che si sapeva già restare stabile oltre la velocità del suono.
- Le ali, molto più sottili di quanto ti aspetti, fatte così per reggere le forze che nascono vicino a Mach 1.
- Le cifre 6062 sulla coda, la parte finale del numero di serie 46-062: questo è l’X-1 numero uno, quello che ce l’ha fatta.
Trascrizione (3:18)
È piccolo, ed è molto arancione. Arancione internazionale, nella descrizione del museo stesso, e su una macchina di queste dimensioni sembra quasi un giocattolo. Poi guarda la forma. Il muso e tutto il corpo riprendono un proiettile da mitragliatrice calibro cinquanta, perché negli anni Quaranta gli ingegneri sapevano con certezza una cosa sul volo più veloce del suono: i proiettili con quella forma restavano stabili superandolo. Nessuno sapeva ancora se ci sarebbe riuscita una persona.
All’epoca molti credevano nel muro del suono, una parete invisibile vicino a Mach uno dove l’aria avrebbe scosso un aereo fino a farlo a pezzi. L’X-1 fu costruito per scoprirlo. Nel 1944 le Army Air Forces e il NACA, l’ente pubblico di ricerca che più tardi sarebbe diventato la NASA, avviarono un programma di aerei da ricerca con pilota capaci di raggiungere e superare la velocità del suono, e la Bell Aircraft di Buffalo, nello stato di New York, ne costruì tre. Questo è il numero uno, matricola 46-062. Le ultime quattro cifre sono sulla coda.
Nei voli da record non decollò mai da una pista. Il 14 ottobre 1947 un bombardiere Boeing B-29 lo portò in quota nella sua stiva per mezz’ora e poi lo sganciò. Il pilota era il capitano Chuck Yeager, un asso della Seconda guerra mondiale originario della Virginia Occidentale e il collaudatore più esperto dell’Aeronautica. I tentativi precedenti si erano scontrati con violente vibrazioni avvicinandosi a Mach uno, e gli ingegneri avevano appena migliorato lo stabilizzatore orizzontale regolabile perché Yeager potesse cambiarne l’angolo a piccolissimi scatti. Questa volta il volo fu tranquillo. In questo nono volo a motore dell’X-1 il machmetro saltò da zero virgola novecentosessantacinque a uno virgola zero sei: settecento miglia orarie, circa 1.100 chilometri all’ora, a quarantatremila piedi, circa tredici chilometri sopra il deserto del Mojave. Volò con il razzo acceso per venti secondi, spense il motore e planò fino al lago prosciugato. Dallo sgancio all’atterraggio, quattordici minuti.
Yeager aveva chiamato l’aereo Glamorous Glennis, in onore della moglie. Il suo giudizio su quel giorno fu quasi deludente: la vera barriera, disse più tardi, non era nel cielo, ma nella nostra conoscenza ed esperienza del volo supersonico.
Guarda le ali, sorprendentemente sottili. Dentro quella fusoliera a forma di proiettile i progettisti infilarono due serbatoi di propellente, dodici sfere di azoto, una cabina pressurizzata e oltre duecentoventicinque chili di strumenti. Volò settantotto volte. Nel marzo del 1948 Yeager lo portò a Mach 1,45. Nel gennaio del 1949 fece una cosa che da tempo non gli si chiedeva più, e decollò da terra con le proprie forze. Non tutti gli X-1 furono così fortunati. Il terzo esplose a terra nel 1951, e anche due dei modelli successivi andarono perduti in esplosioni.
Nel 1950 arrivò a Washington appeso sotto un B-29 e fu consegnato alla Smithsonian. Il generale Hoyt Vandenberg, capo di stato maggiore dell’Aeronautica, disse che in pochi istanti l’era subsonica era diventata storia ed era nata quella supersonica. Quei pochi istanti appartengono all’aereo arancione che hai davanti.
Foto: National Air and Space Museum, Smithsonian Institution, CC0, tramite Wikimedia Commons. Foto: National Air and Space Museum, Smithsonian Institution
Tappa 3 di 5 · Boeing Milestones of Flight Hall, sala 100, piano 1
Modulo lunare LM-2
Grumman Aircraft Engineering Corporation, Bethpage (New York), per la NASA · Costruito nel 1966; allestito come l’Eagle dell’Apollo 11 · Alluminio e titanio, coperte di Mylar alluminato e Kapton; 6,54 m di larghezza
Osserva
- La giunzione tra i due stadi: sopra la cabina grigia dell’equipaggio, l’unica parte che sarebbe ripartita, e sotto lo stadio di discesa dorato, che resta indietro.
- Il rivestimento oro e argento. Sono coperte di Mylar alluminato e Kapton, non lamiera.
- La scaletta sulla gamba anteriore e la bandiera sullo stadio di discesa, come sull’Eagle.
Trascrizione (2:49)
Lamina dorata, gambe esili e, in cima, una cabina grigia che sembra piegata più che costruita. Se ti ricorda le fotografie dell’Eagle sulla Luna, è esattamente l’intenzione. Ma la didascalia qui accanto non nasconde il colpo di scena: questo modulo lunare non è mai stato nello spazio.
Lo costruì la Grumman a Bethpage, su Long Island. Alla fine del 1966 lui e il suo gemello, l’LM-1, erano quasi finiti, destinati a voli di prova senza equipaggio in orbita terrestre. Poi arrivò il tragico incendio dell’Apollo 1, nel gennaio del 1967, e le regole di sicurezza per qualsiasi veicolo destinato a portare astronauti furono riscritte. Invece di ricostruire due moduli quasi completi, la NASA li riservò alle sole missioni senza equipaggio. L’LM-1 volò con l’Apollo 5 nel gennaio del 1968 e andò così bene che una seconda prova fu giudicata superflua. La consegna dell’LM-2 alla base di lancio fu rinviata, poi annullata.
Così si mise al lavoro a terra. Nell’aprile del 1968 il lancio senza equipaggio dell’Apollo 6 mostrò che il razzo Saturn V poteva vibrare violentemente in su e in giù, un effetto che gli ingegneri chiamarono pogo, e a maggio l’LM-2 entrò a far parte del sistema di prova costruito a terra per studiarlo. Poi lo lasciarono cadere più e più volte, per dimostrare che l’elettronica e la meccanica avrebbero retto a un atterraggio brusco. La quinta e ultima prova di caduta fu il 7 maggio 1969, meno di tre mesi prima che Neil Armstrong e Buzz Aldrin camminassero sulla Luna.
Poi venne una deviazione in Giappone. All’Expo 70 di Osaka il padiglione americano voleva un vero modulo lunare, e il vero Eagle non era disponibile: la sua metà inferiore è ancora lì, nel Mare della Tranquillità. Così la Grumman unì la cabina dell’LM-2 a uno stadio di discesa di prova e allestì il tutto perché sembrasse appena atterrato. Dopo arrivò alla Smithsonian, e dal luglio del 1976 alla fine del 2015 rimase su una finta superficie lunare in fondo al lato est di questo edificio.
Ora guarda le due metà. In alto c’è lo stadio di risalita, la cabina pressurizzata con il suo motore a razzo, l’unica parte che avrebbe lasciato la Luna. Sotto c’è lo stadio di discesa, con le gambe, il motore d’allunaggio e gli esperimenti di superficie, avvolto in coperte oro e argento di Mylar alluminato e Kapton. Quando il museo lo spostò in questo salone, la squadra lo smontò e si propose di renderlo uguale all’Eagle praticamente in ogni dettaglio, e ogni frammento di materiale rimosso fu fotografato, documentato e conservato. Perfino la scaletta sulla gamba anteriore c’è, come sull’Eagle.
Tra il 1969 e il 1972 sei moduli lunari identici a questo portarono sulla Luna dodici astronauti americani. Questo non ha mai volato, ed è proprio per questo che è qui, e tu puoi stargli accanto.
Foto: National Air and Space Museum, Smithsonian Institution, CC0, tramite Wikimedia Commons. Foto: National Air and Space Museum, Smithsonian Institution
Tappa 4 di 5 · Destination Moon, sala 206, piano 2
Modulo di comando Columbia dell’Apollo 11
North American Rockwell, per la NASA · 1969 · Lega di alluminio, acciaio inossidabile e titanio; 3,91 m di larghezza alla base
Osserva
- Il guscio bruciacchiato e striato. I restauratori lo hanno conservato com’era al rientro nell’atmosfera, il 24 luglio 1969.
- Le dimensioni. Meno di quattro metri di larghezza alla base, eppure fu l’alloggio dell’equipaggio per gran parte della missione di otto giorni.
- La tuta spaziale di Neil Armstrong per l’Apollo 11, esposta in questa stessa sala.
Trascrizione (2:58)
Prima fagli tutto il giro intorno. L’esterno è bruciacchiato e striato, marrone dove forse ti aspettavi l’argento, e i restauratori del museo si sono impegnati a fondo per conservarlo esattamente così, perché è questo l’aspetto che aveva il Columbia quando tornò sulla Terra il 24 luglio 1969. Alla base misura 3,91 metri. Per gran parte di otto giorni, questa è stata la casa di tre uomini.
Partirono il 16 luglio da Cape Kennedy, in cima a un Saturn V: Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins. Il Columbia era una delle tre parti del veicolo. Il modulo di servizio, dietro, conteneva il motore principale e le scorte, e il modulo lunare Eagle portò due membri dell’equipaggio fino alla superficie. Delle tre parti, solo questa tornò a casa. Collins, che orbitava da solo attorno alla Luna mentre gli altri due ci camminavano sopra, descrisse la cabina al mondo in ascolto come la nostra piccola casa felice.
Fu sempre lui ad avere dubbi sul nome. Julian Scheer, responsabile delle relazioni pubbliche della NASA, gli accennò a Columbia di sfuggita al telefono, e a Collins parve un po’ pomposo. Poi si convinse, anche perché richiamava il Columbiad, il cannone gigante che spara i viaggiatori verso la Luna nel romanzo di Jules Verne Dalla Terra alla Luna.
Le storie migliori sono sulle pareti interne. Quando la Smithsonian fece una scansione tridimensionale dettagliata della cabina, i curatori trovarono scritte rimaste nascoste alla vista per più di quarant’anni. Accanto alla postazione di navigazione, colonne di numeri dettati da Houston: le coordinate date a Collins mentre cercava con il telescopio l’Eagle sulla superficie sottostante, senza riuscirci. Un appunto a mano sull’armadietto R5, trasformato nel deposito dei sacchetti di urina usati e che doveva chiaramente restare chiuso. E un piccolo calendario disegnato a mano, con i giorni della missione cancellati uno a uno, e solo il 24 luglio, il giorno dell’ammaraggio, lasciato intatto.
Poi c’è la scritta che gli storici hanno sempre conosciuto. Diretto alle Hawaii a bordo della nave di recupero, la USS Hornet, Collins tornò a infilarsi dentro e scrisse su un pannello del vano attrezzature: Veicolo spaziale 107, alias Apollo 11, alias Columbia. La nave migliore mai uscita dalla catena di montaggio. Dio la benedica.
Prima di consegnarlo alla Smithsonian, la NASA lo portò in tournée. Toccò quarantanove capitali di stato, più il Distretto di Columbia e Anchorage, percorse quasi ventiseimila miglia, circa 42.000 chilometri, e passò quasi un mese in mare per ciascuna delle tappe verso le Hawaii e l’Alaska. Circa tre milioni e duecentocinquantamila persone vennero a vederlo, e le Hawaii attirarono la folla più grande, centotrentacinquemila. Quando finalmente fu trasferito in questa sala, fece i circa cinquanta chilometri dall’Udvar-Hazy Center, in Virginia, su un autoarticolato, avvolto in così tanti strati protettivi da sembrare un gigantesco Hershey’s Kiss, il famoso cioccolatino americano a forma di goccia.
Se hai cominciato il percorso al piano di sotto, qui il cerchio si chiude. Frammenti del Wright Flyer del 1903 andarono sulla Luna nel kit personale di Neil Armstrong durante questa missione, e ammararono nel Pacifico dentro questa capsula.
Foto: National Air and Space Museum, Smithsonian Institution, CC0, tramite Wikimedia Commons. Foto: National Air and Space Museum, Smithsonian Institution
Tappa 5 di 5 · Barron Hilton Pioneers of Flight, sala 208, piano 2
Spirit of St. Louis
Ryan Airlines, San Diego; progettato da Donald A. Hall per Charles A. Lindbergh · 1927 · Ali in legno, fusoliera in tubi d’acciaio saldati, tela di cotone verniciata color alluminio; apertura alare 14 m, lunghezza 8,4 m
Osserva
- Niente parabrezza. Al suo posto ci sono i serbatoi del carburante; Lindbergh guardava avanti attraverso un piccolo periscopio sul lato sinistro.
- Le bandiere dipinte sul muso, una per ogni paese del suo giro del 1927–28. Quella di Porto Rico è sbagliata: dovrebbe avere cinque strisce.
- Il timone. Una R alata sul lato sinistro, una zona vuota sul lato destro, dove un cacciatore di souvenir a Parigi ritagliò via la tela.
- La porta aperta, lasciata così per volontà dello stesso Lindbergh.
Trascrizione (2:45)
Guarda la parte anteriore e prova a trovare da dove guardava fuori il pilota. Non lo troverai, e nemmeno lui aveva da dove. Non c’è parabrezza. I serbatoi del carburante stanno davanti all’abitacolo, e Charles Lindbergh attraversò l’Atlantico vedendo in avanti solo con un piccolo periscopio sul lato sinistro, oppure facendo ruotare l’aereo per sbirciare da un finestrino laterale.
Nel 1919 un certo Raymond Orteig mise in palio venticinquemila dollari per il primo pilota che volasse senza scalo tra New York e Parigi. Lindbergh, ex pilota acrobatico da fiera diventato pilota della posta aerea sulla rotta tra Saint Louis e Chicago, nel febbraio del 1927, con i soldi di un gruppo di finanziatori di Saint Louis, ordinò un aereo alla Ryan Airlines di San Diego. Lo costruirono in due mesi. Partirono da un normale Ryan M-2 e lo allungarono per portare carburante: tre metri di ala in più, sessanta centimetri di fusoliera in più, il motore spostato in avanti e l’abitacolo indietro, così che il serbatoio stesse nel baricentro e il pilota dietro, dove sarebbe stato più al sicuro in caso di incidente.
Prima lo portò verso est fino a New York, con un solo scalo a Saint Louis, e lungo la strada stabilì il record transcontinentale: ventun ore e quaranta minuti. Poi, la mattina del 20 maggio 1927, decollò da solo verso Parigi. Trentatré ore e mezza e 3.610 miglia dopo, circa 5.800 chilometri, atterrò a Le Bourget, dove lo aspettava una folla di centomila persone. Dentro l’abitacolo ci sono conteggi a matita che mostrano come ci riuscì: teneva il conto del carburante prelevato da ogni serbatoio e passava dall’uno all’altro per mantenere l’aereo in equilibrio.
La folla di Parigi voleva souvenir, e se li prese. Guarda il timone. Sul lato sinistro c’è una lettera R con le ali. Sul lato destro c’è solo una zona vuota, perché qualcuno ha ritagliato via la tela.
Ora guarda il muso. Quelle bandiere sono i paesi del giro che fece dopo, da Washington a Città del Messico e poi attraverso l’America centrale, la Colombia, il Venezuela e i Caraibi. Quella di Porto Rico, tra l’altro, è sbagliata: dovrebbe avere cinque strisce. I due tubi sotto la fusoliera furono aggiunti per quel giro, per sganciare razzi illuminanti che gli permettessero di vedere per atterrare di notte. E la cappottatura del motore è coperta di firme, a matita o incise col temperino dalle guardie e dai meccanici che sorvegliarono l’aereo ovunque andasse.
Il presidente Calvin Coolidge definì Lindbergh un messaggero di pace e di buona volontà che aveva abbattuto un’altra barriera del tempo e dello spazio, e il museo ritiene che niente, nell’aviazione, abbia più entusiasmato il mondo intero fino all’Apollo 11, la cui capsula hai appena lasciato. Il 30 aprile 1928 Lindbergh pilotò lo Spirit per l’ultima volta, da Saint Louis a Washington, e lo donò alla Smithsonian. La porta è aperta, ed è rimasta così perché lo chiese lui.
Guida indipendente · Chiaro
Punta Chiaro su qualsiasi cosa al National Air and Space Museum.
L’aereo di Lindbergh è la quinta tappa, e la maggior parte di ciò che pende dai soffitti qui non è nella nostra lista. Fotografa la capsula Friendship 7 di John Glenn, il Vega rosso di Amelia Earhart o un’elica che nessuno intorno a te sa riconoscere, e l’app capisce di cosa si tratta, te ne racconta la storia e risponde a voce alle tue domande, lì sul posto.
Prima di andare
Come arrivare
650 Jefferson Drive SW, Washington, DC 20560, sul National Mall tra il National Museum of the American Indian e l’Hirshhorn. Si entra tutti dalle porte su Jefferson Drive, il lato del Mall, dove le rampe a est e a ovest del vestibolo d’ingresso permettono di accedere senza gradini; la pianta del museo indica l’uscita su Independence Avenue. In taxi o con un servizio di auto con conducente, il museo consiglia di dare all’autista l’indirizzo 601 Independence Ave SW.
Il museo indica a chi usa la metropolitana (Metrorail) la stazione L’Enfant Plaza, uscita A, sulle linee blu, gialla, arancione, argento e verde, e calcola da lì circa dieci minuti a piedi. Anche i treni della Virginia Railway Express fermano a L’Enfant Plaza; quelli MARC e Amtrak arrivano a Union Station. Il museo non ha parcheggio, ma ci sono rastrelliere per bici accanto alle porte di Jefferson Drive.
Biglietti
- L’ingresso non costa nulla, ma nessuno entra senza un pass gratuito a orario, bambini compresi. Una persona può prenotarne fino a nove, e i pass di ogni mese escono online a mezzogiorno, ora della costa est, il primo giorno del mese che cade due mesi prima: quelli di aprile, per esempio, escono il 1° febbraio.
- L’orario sul pass è il più presto in cui puoi entrare, non una fascia che rischi di perdere: arriva quando vuoi più tardi nella stessa giornata e resta quanto ti pare. Uscire però chiude la visita, e per rientrare serve un altro pass.
- Aperto tutti i giorni dalle 10 alle 17:30. L’unico giorno dell’anno in cui chiude è il 25 dicembre.
- Calcola circa 25 minuti per la scansione del pass e i controlli di sicurezza. Arrivare qualche minuto dopo l’ora piena, invece che allo scoccare, di solito significa meno coda.
- Bastoni per selfie e treppiedi non sono ammessi: lasciali a casa. Il cibo può entrare sigillato ma non si mangia nelle sale; il Mars Café, al livello inferiore, è aperto dalle 11 alle 17.
- L’Udvar-Hazy Center di Chantilly, in Virginia, dove si trovano l’Enola Gay e lo Space Shuttle Discovery, è un edificio separato, a 40–90 minuti di auto, e non c’è una navetta tra i due.
L’audioguida ufficiale
La proposta guidata del museo stesso è una visita gratuita ai pezzi forti condotta da guide volontarie; al Welcome Center (centro accoglienza) del piano 1 trovi gli orari del giorno e le piantine. Le cinque registrazioni di questa pagina partono quando premi play, e per qualsiasi altro aereo o capsula del museo, è all’app Chiaro che puoi chiedere.
Sito ufficiale →Domande
Esiste un’audioguida gratuita del National Air and Space Museum?
Sì. Il Wright Flyer, l’X-1, il modulo lunare, il Columbia e l’aereo di Lindbergh hanno ciascuno una registrazione gratuita qui sopra, che si ascolta nel browser di qualsiasi telefono con il testo stampato sotto; non c’è niente da installare. Per tutto il resto nelle diciotto sale aperte c’è Chiaro: fotografa un velivolo con l’app e ti dice cos’è e te lo spiega.
Quanto costa l’audioguida ufficiale del National Air and Space Museum?
Quello che il museo offre di persona sono le sue guide volontarie, e non costano nulla: le loro visite ai pezzi forti sono gratuite, con gli orari del giorno esposti al Welcome Center del piano 1. Anche l’ingresso è gratuito, con un pass a orario prenotato online, e nemmeno le nostre cinque registrazioni ti costeranno niente.
Dove si trova il Wright Flyer al National Air and Space Museum?
Al piano 1, in The Wright Brothers & The Invention of the Aerial Age, sala 107, che si apre sulla Boeing Milestones of Flight Hall in cui entri da Jefferson Drive. È l’aereo originale del 1903, non una replica; la tela è stata rifatta nel 1985, tagliata su un modello ricavato da un grande pezzo del rivestimento del 1903.
Il National Air and Space Museum è chiuso in qualche giorno?
Solo un giorno all’anno, il 25 dicembre. Tutti gli altri giorni è aperto dalle 10 alle 17:30, e per ognuno di quei giorni serve un pass gratuito a orario, quindi prima di tutto controlla che ce ne siano ancora.
Serve un biglietto per il National Air and Space Museum?
Non a pagamento, ma ogni visitatore, di qualunque età, ha bisogno di un pass gratuito a orario per l’edificio di Washington. Una persona può prenotarne fino a nove. I nuovi pass escono a mezzogiorno, ora della costa est, il primo di ogni mese, con due mesi di anticipo, e altri possono liberarsi più tardi se continui a controllare.
L’Udvar-Hazy Center fa parte dello stesso museo?
Stesso museo, edificio diverso. Lo Steven F. Udvar-Hazy Center si trova a Chantilly, in Virginia, ed è lì che sono esposti l’Enola Gay e lo Space Shuttle Discovery. Nessuna navetta collega le due sedi; il museo calcola da 40 a 90 minuti in auto e da 90 a 120 con i mezzi pubblici. Questa guida copre solo l’edificio sul Mall.
Altre audioguide
Realizzato da Chiaro. Senza alcun legame con il National Air and Space Museum.