MoMA · New York · Guida indipendente
Audioguida del MoMA,
cinque tappe, gratis.
Cinque registrazioni su questa pagina, niente da scaricare. Il MoMA possiede quasi 200.000 opere: fotografa quella che hai davanti e Chiaro te la racconta.
Realizzato da Chiaro. Senza alcun legame con il MoMA.
Notte stellata
MoMA, New York
Questa era la parte gratuita
A partire da una foto, Chiaro racconta il MoMA opera per opera.
Le cinque tappe · 12 minuti di audio
Cinque tappe, un percorso,
nell’ordine in cui le incontrerai.
Il piano 5 raccoglie il primo mezzo secolo dell’arte moderna, e questa audioguida del MoMA non ne esce mai: quattro sale, cinque dipinti. Notte stellata di Van Gogh e La zingara addormentata di Rousseau dividono la sala 501, La danza (I) di Matisse è nella sala 506, Bianco su bianco di Malevič nella 507, e le Ninfee di Monet riempiono la sala 515, nell’ala David Geffen. Nove minuti di ascolto e pochi minuti a piedi da una sala all’altra, anche se la folla davanti al Van Gogh può allungare i tempi.
Ogni data, ogni misura e ogni numero di sala viene dalla collezione online del MoMA, che segnala anche se l’opera è esposta, e ogni storia è stata confrontata con una seconda fonte indipendente; all’inizio di settembre 2026 tutte e cinque risultavano nelle loro sale. Ma le opere si spostano, perché il MoMA fa ruotare gli allestimenti: se la parete ti dice qualcosa di diverso da questa pagina, credi alla parete, e raccontaci che cosa hai trovato.
Tappa 1 di 5 · Piano 5, sala 501, gallerie Alfred H. Barr, Jr.
Notte stellata
Vincent van Gogh · Saint-Rémy, giugno 1889 · Olio su tela, 73,7 × 92,1 cm
Osserva
- Venere, la luce più brillante del cielo, poco a sinistra del centro accanto al cipresso, avvolta in anelli bianchi e gialli. Van Gogh la chiamava la stella del mattino.
- Il campanile della chiesa, alto e sottile come un ago. Somiglia alle chiese dell’Olanda, dove era cresciuto, e a niente di provenzale.
- La pittura in sé. Pennellate corte e dense, accostate una all’altra, che sporgono dalla tela; i rilievi si vedono anche facendo un passo indietro.
- La falce di luna all’estrema destra, avvolta nel suo alone giallo.
Trascrizione (2:52)
Quasi tutti, la prima cosa che pensano è che sia più piccolo di come se lo immaginavano. Settantaquattro centimetri per novantadue, poco più di una finestra, e la cosa ha senso, perché è proprio da una finestra che tutto è cominciato.
Tra il 1889 e il 1890 Vincent van Gogh passò dodici mesi nel manicomio di Saint-Paul-de-Mausole, a Saint-Rémy, nel sud della Francia, cercando un po’ di sollievo dalla sua malattia mentale. La finestra della sua camera guardava a est. Dipinse quella vista ventuno volte. Questa è l’unica versione notturna.
Ai primi di giugno scrisse al fratello Theo: stamattina ho visto la campagna dalla mia finestra molto prima dell’alba, con nient’altro che la stella del mattino, che sembrava molto grande. Cercala adesso. È la luce più brillante del cielo, poco a sinistra del centro, vicino al cipresso scuro, cerchiata di bianco e di giallo. È Venere. Gli astronomi hanno controllato: nella primavera del 1889 era davvero visibile all’alba sopra la Provenza, luminosa quasi quanto può esserlo.
Quindi in parte è osservazione. In buona parte no. È una scena notturna dipinta di giorno, in più sedute. Il paese ai piedi delle colline dalla sua finestra non si vedeva affatto; lo prese da altre vedute. Il cipresso a sinistra era molto più lontano, e lui lo tirò avanti finché non tocca quasi il bordo superiore della tela. E guarda il campanile, sottile e appuntito. È un campanile olandese, della terra in cui era cresciuto, non del sud della Francia.
Poi c’è la pittura. Il cielo occupa tre quarti del quadro ed è fatto di pennellate corte e cariche che distingui da dove sei. Quando gli scienziati del Rochester Institute of Technology e del MoMA lo hanno analizzato, hanno trovato blu oltremare e blu cobalto nel cielo e, per le stelle e la luna, un pigmento raro chiamato giallo indiano, mescolato a giallo di zinco.
Van Gogh non ne andava fiero. Nel settembre del 1889 lo annotò come studio notturno in un gruppo di quadri per Theo, e disse che quasi tutti quei quadri non gli dicevano niente; quando ne trattenne tre per risparmiare sulla spedizione, questo era uno di quelli, e partì per Parigi solo il ventotto settembre. In una lettera al pittore Émile Bernard, a fine novembre, lo definì un fallimento. Eppure una volta aveva messo per iscritto che cosa fossero per lui i cieli notturni: come prendiamo il treno per andare a Tarascona o a Rouen, prendiamo la morte per andare in una stella.
Il MoMA lo acquisì nel 1941 dal mercante Paul Rosenberg, con uno scambio. Secondo il direttore del museo, Glenn Lowry, il prezzo furono due quadri di Cézanne e uno di Toulouse-Lautrec. Il museo non lo presta quasi mai, così da più di ottant’anni il posto dove vedere questo cielo non è la Provenza, ma Midtown Manhattan.
Tappa 2 di 5 · Piano 5, sala 501, gallerie Alfred H. Barr, Jr.
La zingara addormentata
Henri Rousseau · 1897 · Olio su tela, 129,5 × 200,7 cm
Osserva
- La coda del leone, tesa e sollevata dietro di lui, mentre abbassa la testa per annusarla.
- La sua veste a righe di tutti i colori dell’arcobaleno, il bastone ancora in mano, e accanto a lei il mandolino e l’alta brocca d’acqua.
- Il cielo: luna piena e solo una manciata di stelle, in una notte limpida, di un blu scuro, sopra un deserto.
Trascrizione (2:14)
Comincia dalla coda del leone. È tesa e sollevata dietro di lui, l’unica linea in tensione di tutto il quadro, mentre la testa scende fino alla spalla della donna. È uscito dalla notte del deserto, ha sentito il suo odore, e lei non si è svegliata.
Henri Rousseau descrisse la scena di persona, e il suo racconto è di una semplicità meravigliosa. Una suonatrice di mandolino errante, scrisse, è caduta in un sonno profondo, sfinita dalla stanchezza, con accanto la sua brocca d’acqua da bere. Passa di lì un leone, ne fiuta l’odore e non la divora. Poi Rousseau aggiunge, come se leggesse un catalogo: c’è un effetto di luna, molto poetico. La scena si svolge in un deserto completamente arido.
Tutto quello che elenca c’è. Il mandolino al suo fianco, l’alta brocca, il bastone ancora in mano, una veste a righe di tutti i colori dell’arcobaleno, e una luna piena in un cielo con appena una manciata di stelle. Niente si muove, quasi niente fa ombra, ed è proprio questa immobilità a renderlo così strano.
Rousseau non aveva studiato pittura. Lo chiamavano il Doganiere, uno scherzo sul suo lavoro di esattore del dazio. Cominciò a dipingere sul serio poco dopo i quarant’anni, imparò da solo e non lasciò mai la Francia. I suoi leoni e le sue giungle venivano dal museo di storia naturale e dall’orto botanico di Parigi. I critici del suo tempo lo deridevano.
Espose questa tela al Salon des Indépendants del 1897, poi cercò di venderla al sindaco della sua città natale, Laval. Il sindaco rifiutò. Il quadro sparì nella collezione di un commerciante di carbone parigino e ci rimase fino al 1924, quando il critico Louis Vauxcelles ci si imbatté. Ormai Rousseau veniva riconosciuto come un genio autodidatta; già nel 1908 Picasso aveva organizzato in suo onore un banchetto mezzo serio e mezzo per scherzo. E la riscoperta portò con sé una polemica: il quadro era un falso?
Nel dicembre del 1939 Olga Guggenheim, moglie di Simon Guggenheim, lo comprò e lo donò al MoMA. Oggi è appeso nella stessa sala di Notte stellata: due cieli notturni dipinti a otto anni di distanza, uno da un uomo che guardava fuori da una finestra in Provenza, l’altro da un uomo che non aveva mai messo piede in un deserto.
Tappa 3 di 5 · Piano 5, sala 506, gallerie Alfred H. Barr, Jr.
La danza (I)
Henri Matisse · Parigi, boulevard des Invalides, inizio 1909 · Olio su tela, 260,4 × 390,4 cm
Osserva
- Il varco nel girotondo, davanti. Una danzatrice allunga il braccio verso una mano che non ha ancora preso, così il cerchio resta aperto verso di te.
- La figura di sinistra: tutto il suo profilo anteriore, dal braccio alzato al piede dietro, è un’unica lunga curva ininterrotta.
- Conta i colori. Cielo blu, terreno verde, corpi rosa pallido, capelli e contorni neri. Non c’è altro su quasi quattro metri di tela.
Trascrizione (2:00)
Quasi quattro metri di tela, e quattro colori. Blu per il cielo. Verde per la collina. Rosa pallido per i cinque corpi, e nero per i capelli e i contorni. È tutto il quadro, e basta a far sembrare che la sala giri.
Nel marzo del 1909 un uomo d’affari e collezionista russo, Sergej Ščukin, commissionò a Henri Matisse due grandi pannelli decorativi, uno intitolato La danza e l’altro La musica, per lo scalone della sua casa di Mosca. La danza doveva stare sul pianerottolo. Matisse dipinse prima questa tela, in fretta, come studio per mettere a punto la composizione. La danza definitiva, dipinta in un rosso forte e caldo, fu esposta al Salon d’Automne di Parigi nel 1910 e rimase sullo scalone di Ščukin fino alla rivoluzione russa del 1917. Oggi è all’Ermitage di San Pietroburgo. Lo studio è quello che hai davanti.
All’inizio la gente lo detestò. I corpi erano così semplificati e lo spazio così piatto che i critici lo giudicarono maldestro, o rozzo di proposito. Matisse rispose che aveva vita e ritmo, e lo rivendicava come una scelta. Quello stesso anno disse che ormai la fotografia poteva registrare i dettagli cento volte meglio e più in fretta di qualunque pittore, quindi il pittore non doveva più preoccuparsene. Alla pittura restava ciò che una macchina fotografica non riesce a catturare: il movimento, il sentimento, lo slancio di una linea.
Segui quella linea. La figura di sinistra è un’unica curva continua, dal braccio alzato fino al piede dietro. Adesso guarda la parte anteriore del cerchio. Due danzatrici si protendono per prendersi per mano e non ci arrivano del tutto. Il girotondo è aperto proprio dove ti trovi tu, come se ci fosse posto per un’altra persona.
Matisse teneva molto a questa prima versione. La dipinse sullo sfondo di un altro quadro, Nasturzi con il dipinto La danza I, nel 1912. Più tardi Nelson Rockefeller la donò al MoMA in onore di Alfred Barr, il primo direttore del museo, che dà il nome a queste sale. Lo spazio tra quelle due mani non si è mai chiuso.
Tappa 4 di 5 · Piano 5, sala 507, gallerie Alfred H. Barr, Jr.
Composizione suprematista: bianco su bianco
Kazimir Malevič · 1918 · Olio su tela, 79,4 × 79,4 cm
Osserva
- Due bianchi, non uno. Il quadrato inclinato è il più freddo dei due; il fondo intorno è di un tono più caldo.
- I bordi del quadrato. Sono morbidi e un po’ irregolari, tracciati a mano e non con il righello.
- Le pennellate nella pittura bianca. Da vicino la superficie è piena di trama e non ha niente di vuoto.
Trascrizione (2:17)
Concedi agli occhi qualche secondo, perché qui il quadro non fa il lavoro al posto tuo. Dall’altra parte della sala può sembrare una tela vuota. Da vicino, sono due bianchi. Un quadrato, inclinato e spostato dal centro, dipinto in un bianco freddo, appoggiato su un fondo quadrato di un bianco appena più caldo. Niente colore, niente profondità, niente oggetto. Kazimir Malevič ridusse la pittura quasi a nulla, e la lasciò lì.
Quasi a nulla, ma non a nulla. Guarda i bordi del quadrato inclinato. Non sono tirati col righello; tremano un po’, e il quadrato non è perfettamente simmetrico. Guarda la superficie e vedrai il suo pennello muoversi dentro il bianco. Sono gli stessi curatori del MoMA a sottolineare che non è un quadro impersonale. La mano del pittore è ovunque.
Malevič lo dipinse nel 1918, un anno dopo la rivoluzione russa, dentro una serie di quadri bianco su bianco che aveva cominciato nel 1916. Chiamò la sua teoria suprematismo, e la definì come la supremazia della sensibilità o della percezione pura nelle arti figurative. Era anche ossessionato dall’aeroplano. Studiava le fotografie aeree, e voleva che questo quadrato sembrasse fluttuare. Per lui il bianco era il colore dell’infinito. Quando la serie fu mostrata per la prima volta al pubblico, a Mosca nel 1919, scrisse una frase che potrebbe stare appesa alla parete accanto: Nuotate! Il bianco abisso libero, l’infinito sono davanti a voi.
Come sia arrivato a New York è un dramma più silenzioso. Nel 1927 Malevič lo portò a una mostra a Berlino e, tornando a casa, lo lasciò all’architetto Hugo Häring. Nel 1930 passò ad Alexander Dorner, direttore del museo di Hannover, che lo mise in deposito appena i nazisti salirono al potere nel 1933. Malevič morì nel 1935 senza lasciare istruzioni sulla sua eredità. Il MoMA data l’acquisizione del quadro al 1935, e ci volle fino al 1999 perché quell’acquisizione fosse confermata da un accordo con gli eredi di Malevič.
Non tutti si lasciarono convincere. Si racconta che un critico del campo rivale, quello dei costruttivisti, recensendo una mostra della cerchia di Malevič, l’abbia definita l’unica tela buona dell’esposizione: una tela assolutamente pura, bianca, con un’ottima preparazione di fondo. Ci si potrebbe fare qualcosa.
Tappa 5 di 5 · Piano 5, sala 515, ala David Geffen
Ninfee
Claude Monet · 1914-26 · Olio su tela, tre pannelli, complessivamente 200 × 1276 cm
Osserva
- Il pannello centrale: ninfee che galleggiano in uno stagno verde e blu, spumeggiante di lavanda dove si specchiano le nuvole.
- Il pannello di sinistra, dove pennellate più spesse e di toni più scuri avanzano dal bordo.
- Il pannello di destra, dove cielo e acqua spariscono sotto una vegetazione di un verde rossastro.
- L’orizzonte, che non c’è. L’unico cielo in quasi tredici metri di tela è quello che si specchia nell’acqua.
Trascrizione (2:22)
Quasi tredici metri di stagno, in tre pannelli, e da nessuna parte un orizzonte. È la prima cosa da notare, ed è il motivo per cui questa sala sembra diversa da tutte le altre del piano. Non c’è il limite dell’acqua, non c’è la riva, non c’è il cielo sopra. L’unico cielo è quello che si specchia nello stagno, nuvole diventate lavanda che galleggiano tra le ninfee. L’occhio non ha dove fermarsi, e così continua ad andare.
Percorri il dipinto per tutta la sua lunghezza. Nel pannello centrale le ninfee galleggiano in uno stagno luminoso, verde e blu. A sinistra, pennellate più spesse e più scure filtrano dal bordo. A destra, cielo e acqua vengono inghiottiti da una vegetazione di un verde rossastro. Il MoMA stesso lo descrive come un’opera sospesa sulla soglia dell’astrazione, e stando qui davanti è facile dimenticare che si tratta di uno stagno vero, in un giardino vero, a Giverny, nel nord-ovest della Francia.
Claude Monet passò gli ultimi anni della sua vita a dipingere quello stagno. Chiamava queste tele le sue Grandes Décorations, le grandi decorazioni, e nel 1915 si fece costruire un nuovo grande atelier vicino a casa per realizzarle. Dal 1914 alla morte, nel 1926, produsse una quarantina di questi pannelli enormi e continuò a rimetterci mano, molti mentre soffriva di cataratta. Dopo la sua morte, ventidue furono installati sulle pareti curve del Musée de l’Orangerie a Parigi, il suo dono alla Francia. Gli altri rimasero nei suoi atelier fino alla fine degli anni 1940.
A riportarli alla luce fu New York. Nel 1955 il MoMA diventò il primo museo degli Stati Uniti a comprare uno dei grandi pannelli, e il motivo aveva a che fare con il presente quanto con il passato. Jackson Pollock e gli espressionisti astratti facevano quadri enormi senza un unico punto focale, e all’improvviso lo stagno di ninfee di un vecchio impressionista sembrava il futuro.
Poi, il quindici aprile del 1958, scoppiò un incendio al secondo piano del MoMA. Alcuni operai che installavano l’aria condizionata avevano fumato vicino a barattoli di vernice e segatura. Uno di loro morì. Il fuoco distrusse delle Ninfee di Monet lunghe diciotto piedi, circa cinque metri e mezzo. Questo trittico fu acquistato poco dopo, per sostituirle. Quindi il quadro che hai davanti è qui perché un altro è bruciato.
Guida indipendente · Chiaro
Punta Chiaro su qualunque opera del MoMA.
Noi abbiamo scelto cinque dipinti; le sale della collezione del MoMA occupano tre piani. Inquadra con l’app un Cézanne della 501, un uccello di Brâncuși, una sedia delle sale di design o una fotografia che non hai mai visto, e Chiaro ti dice che cos’è, perché conta e risponde a voce alle domande che vuoi fargli dopo.
Prima di andare
Come arrivare
11 West 53 Street, Manhattan, New York, NY 10019. Con il biglietto d’ingresso generale si entra dall’ingresso principale del Rockefeller Building, sulla 53rd Street, tra la Quinta e la Sesta Avenue, vicino alla Sesta e subito a est del grande Museum Store. L’ingresso sulla 54th Street è riservato ai soci.
Metropolitana E o M fino a 5 Avenue-53 Street. La stazione è sul lato opposto della 53rd Street rispetto al museo; attraversa e percorri l’isolato verso ovest fino all’ingresso.
Biglietti
- Compra il biglietto online prima di andare. Il MoMA dice che è l’unico modo per essere sicuri di entrare; la biglietteria ne tiene da parte solo pochi, in ordine di arrivo, e la mattina e quando piove può esserci coda.
- Il MoMA apre tutti i giorni alle 10.30, il venerdì resta aperto fino alle 20.30 e chiude solo per il Giorno del Ringraziamento e per Natale. Le sale cominciano a chiudere circa 15 minuti prima dell’edificio.
- I residenti dello Stato di New York entrano gratis il venerdì sera dalle 17.30 alle 20.30, ma solo con un biglietto gratuito prenotato in anticipo e un documento che attesti la residenza.
- I ragazzi fino a 16 anni entrano gratis, ma serve comunque il biglietto. Tienilo anche dopo la scansione: ti fa rientrare se esci per pranzo, e il personale può chiedertelo di nuovo all’ingresso delle sale.
- Il nostro consiglio è di andare per prima cosa nella sala 501, appena aprono le porte. Il Van Gogh attira gente tutto il giorno, e il resto di questo percorso è più tranquillo.
L’audioguida ufficiale
L’audioguida del MoMA non costa nulla e non richiede nessun apparecchio a noleggio. Funziona sul tuo telefono: puoi ascoltare le playlist su moma.org/audio oppure usare l’app gratuita di guida digitale consigliata dal MoMA, che aggiunge una mappa del museo ed è disponibile in 40 lingue. La sola playlist del piano 5 conta 77 commenti, e il museo consiglia di portare le cuffie. Anche questa pagina è gratuita e si ferma a cinque dipinti; quello che le playlist del MoMA lasciano fuori, fotografalo nell’app Chiaro.
Sito ufficiale →Domande
Esiste un’audioguida gratuita del MoMA?
Sì, e quella del MoMA è una delle due: il suo audio è compreso nel biglietto e si ascolta sul telefono. L’altra è questa pagina, cinque tracce con i loro testi, aperta in qualsiasi browser, senza installare niente. Per tutto il resto, scatta una foto con l’app Chiaro e ascolta la sua storia lì per lì.
Quanto costa l’audioguida ufficiale del MoMA?
Niente. L’audioguida del Museum of Modern Art è compresa nel biglietto d’ingresso generale e funziona sul tuo dispositivo, tramite moma.org/audio o un’app gratuita di guida digitale in 40 lingue. Non ci sono apparecchi a noleggio, quindi porta le cuffie e il telefono carico.
Dov’è Notte stellata al MoMA?
Al piano 5, nella sala 501 delle gallerie Alfred H. Barr, Jr., che ospitano la collezione dagli anni 1880 agli anni 1940. La zingara addormentata di Henri Rousseau è appesa nella stessa sala, ed è da lì che parte anche il percorso dei capolavori proposto dal MoMA.
Qual è il giorno di chiusura del MoMA?
Nessuno, in una settimana normale. Apre alle 10.30 tutti i giorni e chiude alle 17.30, o alle 20.30 il venerdì; gli unici giorni di chiusura sono il Giorno del Ringraziamento e Natale. Nei fine settimana, dalle 9.30 alle 10.30, alcune sale sono riservate ai soci.
Quanto costa il biglietto del MoMA?
Gli adulti pagano 30 $, gli over 65 con documento 22 $ e gli studenti a tempo pieno con tessera 17 $; i ragazzi fino a 16 anni entrano gratis ma hanno bisogno di un biglietto. Un solo biglietto vale per tutte le sale e per le mostre temporanee. I biglietti non sono rimborsabili né cambiabili, quindi controlla la data prima di pagare.
In questo percorso posso vedere Les Demoiselles d’Avignon e La persistenza della memoria?
Sono entrambe al piano 5, a una breve deviazione da queste tappe: Les Demoiselles d’Avignon di Picasso nella sala 502, e La persistenza della memoria di Dalí nella sala 517, tra i surrealisti. Punta l’app Chiaro su una delle due e ti racconterà la sua storia.
Altre audioguide
Realizzato da Chiaro. Senza alcun legame con il MoMA.